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Attualità

Nuova normativa sull’abbigliamento invenduto

Slow Fiber sul divieto di distruzione dell’invenduto: una regola ovvia, di buon senso, con troppe eccezioni…

A partire dal 19 luglio 2026, entra in vigore nell'Unione Europea il divieto assoluto per le grandi aziende di distruggere capi di abbigliamento, accessori e calzature invenduti. Il provvedimento riguarderà immediatamente le imprese con oltre 250 dipendenti o con fatturato annuo superiore a 50 milioni di euro. Le imprese di dimensioni più piccole avranno invece tempo fino al 2030 per adeguarsi alla normativa.
La misura si inserisce nel Regolamento (UE) 2024/1781 noto come ESPR - Ecodesign for Sustainable Products Regulation, che stabilisce un nuovo quadro europeo per la progettazione industriale ecocompatibile. L'obiettivo è rendere i prodotti nell'UE più sostenibili, circolari e a lunga durata, privilegiando riparabilità, riciclabilità e introducendo il Passaporto Digitale di Prodotto (DPP).
Slow Fiber, rete di oltre quaranta imprese italiane che promuovono insieme una filiera tessile sostenibile e giusta, è nata proprio dalla mission di incoraggiare i principi di circolarità ufficializzati ora dal nuovo Regolamento UE 2024/1781. Tale normativa valorizza il modello industriale virtuoso che da un lato disincentiva la sovraproduzione, dall’altro invita a trasformare scarti e capi invenduti in nuove risorse, vietandone la distruzione, che porta con sé non solo lo spreco del prodotto finito, ma anche e soprattutto delle risorse che sono state necessarie per produrre qualcosa che non verrà mai utilizzato.
Dario Casalini, fondatore e presidente di Slow Fiber, accoglie così la nuova norma: “i modelli deviati del fast e dell’ultra fast fashion, fondati sullo spreco e sul rifiuto, producono molto più del necessario, creando spaventosi volumi di invenduto che devono poi essere smaltiti in qualche modo. Per ragioni diverse, i grandi marchi del lusso, ossessionati dal rischio di contraffazione e di perdita di controllo sulle proprie reti produttive e commerciali, possono essere indotti, e in passato vi sono stati scandali in tal senso, a distruggere semilavorati che ne riportano i loghi o marchi distintivi.”
La trasparenza dei produttori nei confronti dei consumatori può contribuire al contenimento di questi sprechi ingiustificati. L'articolo 24 del nuovo regolamento impone infatti alle aziende l'obbligo di pubblicare annualmente, in una sezione accessibile del proprio sito web, i dati sui beni di consumo invenduti e le relative modalità di smaltimento, specificando quantità, peso e motivi della scelta. La norma mira così a responsabilizzare i produttori, incentivando il riutilizzo, il riciclo e il contrasto allo spreco attraverso una comunicazione trasparente dei dati di invenduto destinato a diverse forme di gestione degli scarti.

Ma qui sono le alternative alla distruzione? E come si comportano le aziende già virtuose?
Tra le aziende aderenti a Slow Fiber, che rappresentano l’intera filiera, quelle che realizzano prodotti pronti per il mercato applicano da tempo azioni concrete e diversificate che anticipano lo spirito della normativa europea. L’Opificio  - azienda piemontese di tessuti d’arredo d’alta gamma - sceglie ad esempio di non distruggere mai il proprio invenduto, poiché di altissima qualità,  puntando su stock a prezzi speciali e sulla vendita di testane e piccoli tagli sia ad aziende di tappeti sia ad appassionati di bricolage. Altre realtà mettono al centro la cultura del recupero e della rigenerazione, come Roberto Collina  - azienda bolognese di fama internazionale nella maglieria di lusso Made in Italy  - la cui priorità è intervenire sui capi che presentano difetti, cercando di ripararli per poterli reintrodurre nel circuito di vendita. Oltre a implementare un servizio di riparazione dedicato direttamente ai clienti B2C, con l’obiettivo di estendere il ciclo di vita dei prodotti e ridurre ulteriormente gli sprechi, l’Azienda usa le rimanenze di filati per realizzare prodotti specifici destinati all’outlet. Recentemente ha inoltre sviluppato una capsule-collection di coperte, ciascuna diversa dall’altra, proprio per valorizzare e dare nuova vita ai materiali residui (in questo caso, filati). Sul fronte della produzione tessile, la milanese Maglieria Gina - specializzata in tessuti a maglia circolare d'alta qualità  - ottimizza il consumo dei filati tramite «ri-roccature» e riduce le rimanenze vendendo i tessuti fallati a stockisti o donandoli a scuole e privati per l'auto-confezione. Oscalito, storico maglificio apprezzato a livello internazionale per la produzione di intimo, lingerie e maglieria d'alta gamma, dimostra la massima versatilità dell'upcycling combinando logiche industriali e circolari, che spaziano dalla realizzazione di carta e scatole di imballaggio con scarti di cotone dal taglio fino alla creazione di maglioni con gli scarti di lana seta, oltre a donazioni a ONG e al lancio stagionale di collezioni create esclusivamente con le rimanenze di pizzi e tessuti. 
Anche chi lavora conto terzi offre risposte concrete: Quality Biella - importante realtà manifatturiera piemontese specializzata nei servizi di controllo qualità, rammendo e ripristino di tessuti e capi d'abbigliamento  - supporta le aziende clienti con servizi di ricondizionamento per reimmettere i capi nei canali outlet, mentre per i propri scarti ha avviato un progetto di trasformazione, per realizzare con questi materiali grucce e porta abiti destinati a utilizzo interno.


Sono previste alcune deroghe ed eccezioni, definite dalla Commissione Europea tramite regolamenti delegati, che consentono la distruzione in circostanze particolari come motivi sanitari, di sicurezza, di antieconomicità della riparazione o in caso di mancata accettazione delle donazioni. 
In merito a queste eccezioni Dario Casalini continua: “nonostante la severità del divieto, il quadro normativo presenta alcune zone d'ombra che rischiano di indebolirne l’efficacia. Il rischio concreto è che le aziende meno virtuose sfruttino queste deroghe attraverso condotte fraudolente, come il danneggiamento intenzionale dei capi o la manipolazione del rifiuto delle donazioni, rendendo indispensabile una rigida vigilanza da parte di governi e magistrature.”
“Il divieto – conclude Casalini - è sostanzialmente utile nell’intenzione e va nella giusta direzione, anche se sarebbe stato auspicabile ridurne le eccezioni che potenzialmente potrebbero indebolirlo. Rimane solo la triste sensazione di accogliere con entusiasmo una regola, così ovvia e di buon senso, da far sorridere le generazioni che ci hanno preceduto e avuto assai meno occasioni di spreco.”al
 

Slow Fiber è un’associazione nata nel 2022 dall’incontro tra il movimento Slow Food e 16 aziende virtuose della filiera tessile italiana, unite dalla volontà di applicare al tessile i valori fondanti di Slow Food – buono, sano, pulito e giusto – arricchiti dal principio di durabilità. 
Oggi la rete riunisce 41 imprese della moda e dell’arredamento impegnate a costruire un futuro diverso dall’attuale iperproduzione, iperconsumismo spreco, restituendo centralità al lavoro, all’ambiente e alla qualità lungo tutte le fasi del processo produttivo.

Elemento distintivo di Slow Fiber è il sistema di KPI (Key Performance Indicator), validati da revisori esterni, che misurano l’effettiva adesione ai valori fondanti, garantendo trasparenza e solidità etica.
La rete diffonde consapevolezza sull’impatto del tessile e sostiene filiere locali che condividono trasparenza, sostenibilità e responsabilità sociale, aperta a collaborare con altre organizzazioni ispirate ai medesimi principi e impegnate concretamente a realizzarli.
“È bello solo ciò che è anche buono, sano, pulito, giusto e durevole" www.slowfiber.it 

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